25 novembre – Giornata contro la violenza sulle donne

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Il quadro del Balivo del Lazio Laura Pedrizzi è l’occasione per testimoniare come l’Ordine Sovrano Militare del Tempio di Jerusalem 1804 sia vicino alle donne e sia fatto da donne.

Durante il primo lockdown si sono registrate molte aggressioni e uccisioni di donne.

L’articolo seguente è stato scritto da una donna e racconta perché il 25 novembre è la data scela dall’ONU per ricordare la violenza di genere

Il 25 novembre di ogni anno viene celebrata la “giornata mondiale contro la violenza sulle donne”, che è una delle più diffuse forme di violenza nel mondo, senza confini di ambiente, cultura, religione e nazionalità.

Ogni anno sono centinaia le donne che vengono mutilate o uccise e molte, troppe donne subiscono violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della propria esistenza. Violenze qualche volta palesi ma spesso nascoste dietro muri di bruciante silenzio dettato dalla vergogna e dalla paura che instillano nella mente e nel cuore di chi subisce l’insano pensiero che in qualche modo quanto è accaduto sia una colpa propria e dunque vada taciuta a tutti i costi. E questo, naturalmente, favorisce gli sciagurati aguzzini che di paura si nutrono, usandola per privare le vittime di ogni dignità e carattere, cosi da riuscire a controllarle impedendo loro di spezzare le catene che le separano dalla salvezza.

Perché la scelta del 25 novembre?

Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza  contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le Organizzazioni Non Governative ad organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà (Colombia) nel 1981.

Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Chi erano le sorelle Mirabal?

Le sorelle Patria, Minerva e María Teresa, figlie dei coniugi Mercedes Reyes ed Enrique Mirabal, nacquero e crebbero a Ojo de Agua in provincia di Salcedo, nella Repubblica Dominicana.

Esse vissero la loro gioventù negli anni della dittatura di Rafael Leónidas Trujillo, una delle più severe dell’America Latina. Questo tirannico e brutale ambiente politico e sociale, risvegliò molto presto le loro coscienze sulla necessità di libertà e rispetto dei diritti delle donne domenicane.

Quando Trujillo salì al potere, la loro famiglia (come molte altre nel paese) perse quasi totalmente i propri beni.

Le sorelle Mirabal incarnano negli anni 50, la passione per la libertà e ed il valore, impegnandosi con decisione nei confronti della lotta contro il governo trujillista.

Patria Mirabal la maggiore delle sorelle, si sposa nel 1942 con Pedro Gonzalez Cruz, dall’unione nascono quattro figli Nelson, Noris, Mercedes e Raul Ernesto.

Minerva Mirabal donna di gran cultura e volontà di ferro, militò nella resistenza antitrujillista dal 1949. Nel 1954 si sposò con Manuel Aurelio Tavares Justo (Manolo) ed ebbero due figli Minou e Manolo. Minerva proseguì i suoi studi presso la facoltà di Diritto dell’Università di Santo Domingo, laureandosi in Diritto nel 1957.

Maria Teresa Mirabal studiò presso la facoltà di Ingegneria e Architettura di Santo Domingo, ottenendo il titolo di agronomo. Con le sorelle condivise l’impegno per porre fine alla dittatura trujillista. Nel 1958 si sposò con l’ingegner Leandro Guzman con il quale nel 1959 ebbe una figlia, Jacqueline.

La ribellione e l’impegno di queste tre giovani donne di fronte alle atrocità del regime, prende via con la costituzione nel 1960 del Movimento 14 di Giugno, sotto la direzione di Manolo Travares Justo, dove Prima Minerva e poi anche María Teresa usarono come nome in codice Mariposas (Farfalle).

Questo gruppo politico clandestino, si espanse in tutto il paese, venne strutturato attraverso nuclei che combatterono la dittatura.

Il tragico epilogo

Nel gennaio del 1960, il movimento venne scoperto dalla polizia segreta di Trujillo, il SIM (Servico de Inteligencia Militar) e i membri del movimento vennero perseguitati e incarcerati, tra cui le sorelle Mirabal e i loro mariti. Molti dei prigionieri vennero inviati al carcere di “La 40” (carcere di tortura e morte). Le sorelle vennero liberate alcuni mesi dopo, ma i loro coniugi restarono reclusi.

Il 25 novembre 1960, le sorelle Mirabal, accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, andarono a fare visita ai mariti Manolo e Leandro, trasferiti nel carcere della città di Puerto Plata.

L’auto sulla quale viaggiavano le tre sorelle e l’autista venne intercettata e i passeggeri vennero costretti a scendere dal veicolo e condotti in un luogo appartato in una piantagione di canna da zucchero e uccisi a bastonate; i loro corpi vennero poi rimessi nel veicolo sul quale stavano viaggiando e fatti precipitare da un dirupo per simulare un incidente. Con la morte delle sorelle Mirabal, Trujillo credette di aver eliminato un problema, ma ciò causò grandi ripercussioni nell’opinione pubblica dominicana (nonostante la censura), molte coscienze si scossero e il movimento culminò con l’assassino di Trujillo nel 1961.

L’esempio e il tragico sacrificio delle 3 sorelle non erano dunque stati vani!!!

Nel corso degli anni, molti paesi si sono progressivamente uniti nella commemorazione di questo giorno, come simbolo del clamore e della denuncia di fronte al maltrattamento fisico e psicologico verso le donne e le bambine, e naturalmente, la speranza non può che essere una soltanto:

“ricordare oggi, ma anche e soprattutto ogni volta che una donna ferita e umiliata lancia un grido di aiuto, talvolta evidente ma troppo spesso silenzioso e soffocato da paura e vergogna”

di Virginia Bellino per MONITORE NAPOLETANO.it

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